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Picchiate, ma non parlate

Pubblicato il 19 aprile 2013 - Scritto da Gioacchino Genchi

E’ un’infame calunnia affermare che la Polizia di Stato non espella mai le sue mele marce. Una di queste, o presunta tale, è stata infatti destituita senza tanti complimenti due anni fa, il 20 febbraio 2011.

Si chiama Gioacchino Genchi, era un vicequestore in servizio da 25 anni e da tempo in aspettativa per svolgere delicatissimi incarichi di consulente tecnico-informatico per le procure e i tribunali più impegnati nella lotta alla criminalità organizzata.

Incarichi iniziati al fianco di Giovanni Falcone e proseguiti nelle indagini sulle stragi del 1992, col risultato di centinaia tra mafiosi, stragisti, estorsori, assassini, sequestratori, trafficanti di droga e colletti bianchi arrestati e condannati (ultimi della serie: Cuffaro e Dell’Utri).

Non contento, Genchi lavorava al fianco dell’allora pm Luigi de Magistris nelle indagini sul malaffare politico-affaristico-giudiziario in Calabria e Basilicata, guadagnandosi l’ostilità trasversale di destra, centro e sinistra.

E lì si era beccato una prima sospensione dal servizio per la grave colpa di aver replicato su Facebook a un cronista che gli dava del bugiardo. Poco dopo scattò la seconda sospensione, per un peccato ancor più mortale: un’intervista in cui spiegava il suo ruolo di consulente, visto che tutti lo dipingevano come uno spione golpista e un intercettatore folle, mentre non aveva mai intercettatonessuno (incrociava e contestualizzava intercettazioni fatte dalle procure). Ma quelle due esternazioni furono giudicate dai suoi capi “lesive per il prestigio delle Istituzioni e per l’immagine della Polizia”.

Intanto i politici di ogni colore facevano a gara a insultarlo e a infangarlo. Berlusconi chiedeva il suo arresto per “il più grave scandalo della storia della Repubblica” (le sue consulenze a Catanzaro) e Rutelli, capo del Copasir, confermava che la sua attività era una minaccia” per la democrazia”. Lui, essendo stato sospeso dal servizio e restando un cittadino in possesso dei diritti costituzionali di parola e di critica, replicò criticando il Cavaliere a un convegno organizzato dagli amici di Beppe Grillo e al congresso dell’Idv.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso, attirandogli il terzo procedimento disciplinare che lo portò non più alla sospensione, ma alla destituzione (solo un anno prima il capo della Polizia Antonio Manganelli aveva elogiato Genchi per gli “eccellenti requisiti intellettuali, professionali e morali”).

Il provvedimento recitava testualmente: “per aver offeso l’onore e il prestigio del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi”.

Essendo davvero arduo screditare Berlusconi più di quanto si screditi da solo con le sue parole e le sue opere, è il caso di ricordare come Genchi riuscì nell’impresa: sostenne che era scandaloso come l’allora premier avesse strumentalizzato l’attentato di Tartaglia, che l’aveva colpito in volto con un souvenir (per un dente rotto, il suo medico millantò una “prognosi di almeno 90 giorni”).

Una critica eccessiva finché si vuole, ma pur sempre legittima. Tant’è cheBerlusconi se ne sentì talmente ferito da non sporgere neppure querela.

Lo zelante Maurizio Gasparri però minacciò fuoco e fiamme se il delitto di lesa maestà non fosse stato adeguatamente sanzionato: “Se Manganelli si avvalesse ancora di un simile personaggio, la cosa sarebbe sconcertante e non priva di conseguenze”.

E fu prontamente esaudito con l’espulsione di Genchi dalla Polizia, a tutela dell’“onore e prestigio del presidente del Consiglio”.

La scorsa settimana l’Espresso ha documentato le centinaia di casi in cui poliziotti inquisiti, arrestati, condannati per violenze, pestaggi e addirittura torture, dai casi del G8 di Genova ai pestaggi di Federico Aldrovandi e tanti altri, non solo non sono stati rimossi dal servizio. Ma in certi casi han fatto addirittura carriera.

Evidentemente le loro condotte non hanno leso “il prestigio delle Istituzioni”“l’immagine della Polizia”“l’onore” del governo.

Se ne deduce che, nello speciale codice disciplinare della Polizia, è più grave non avere condanne e criticare un politico che avere condanne per ave picchiato un innocente.

In altre parole: zitto e mena.

di Marco Travaglio, da “l’Espresso”, Carta Canta di venerdì 19 aprile 2013