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Mafia e Stato: nel passato le risposte per provare a capire il presente

Pubblicato il 26 ottobre 2016 - Scritto da Gioacchino Genchi

Il Fatto Quotidiano, citando il settimanale Panorama, riporta sul giornale di oggi la notizia dell’esistenza di alcune intercettazioni intercorse direttamente tra l’ex ministro Mancino e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Evidentemente non millantava, il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio, quando rassicurava Mancino sul fatto che “il presidente aveva preso a cuore la questione”.

I farisei che si stracciano le vesti in difesa del Colle, ultimo arrivato Ainis sul Pompiere della Sera (copyright Travaglio), fanno persino più orrore dei fatti in se stessi.

E’ bene ripetere fino alla nausea che non si può comprendere fino in fondo la genesi, lo sviluppo e l’indirizzo politico della classe dirigente della morente seconda Repubblica senza capire per davvero cosa è stata la trattativa Stato-mafia.

Una nuova indicibile pax è stata probabilmente siglata in quegli anni, utile a consentire ai protagonisti di quella stagione politica di rimanere ai vertici delle istituzioni legittime grazie alla conoscenza di segreti delicatissimi e, al contempo, ben accolta da una élite mafiosa, stanca di stragi e galera,  nonché desiderosa di tornare a fare affari al riparo dal frastuono.

I vertici dello Stato dell’epoca, oramai è chiaro, sapevano tutto.

Non per nulla anche l’ex presidente della Repubblica Scalfaro, fosse ancora in vita, risulterebbe oggi indagato.

Ho già più volte riportato l’interpretazione di Genchi sulle bombe romane del 1993 nelle chiese di San Giorgio e San Giovannni che, sottolinea il consulente, corrispondono proprio ai nomi dei presidenti delle Camere dell’epoca Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini.

Ma anche volendo credere che si  tratti soltanto di una sfortunata casualità, è doveroso studiare gli eventi a ritroso per scovare, semmai vi fossero, elementi che potrebbero fornire qualche chiave di lettura utile ad immaginare le ragioni  che spingono oggi il Colle ad affannarsi così tanto nella speranza di far sentire Mancino “meno solo”.

Vi invito a leggere questa durissima analisi del magistrato Boccassini, pubblicata sul Corriere della Sera nell’aprile del 1998, che demolisce con parole di fuoco la direttiva sui corpi speciali voluta dall’allora ministro dell’interno Giorgio Napolitano.

Provate poi a valutare ex post la ratio della scelta politica di allora, analizzandola cioè alla luce delle nuove indagini che provano, non solo l’esistenza, ma anche i termini di una trattativa che è probabilmente costata la vita al giudice Paolo Borsellino, agli uomini della scorta e ad altri inermi e indifesi poveri cittadini.

La mancata perquisizione del covo di Riina, la mancata cattura di Bernardo Provenzano, le lunghissime latitanze di mafiosi di alto rango imprendibili forse solo perché nessuno veramente ha interesse a trovarli, non costituiscono nessun mistero.

Non è difficile capire cosa succede e cosa è successo; è difficile al contrario trovare la forza e il coraggio di pretendere giustizia anche nei confronti di chi conserva nelle proprie mani un potere smisurato, capace di condizionare qualunque potere dello Stato, sia esso giudiziario, esecutivo o legislativo.

di Francesco Maria Toscano, da “IL MORALISTA” di giovedì 21 giugno 2012