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Giustizia per Federico Aldovrandi

27 giugno 2012 - di Francesco Maria Toscano

Uccidere è l’abisso dell’uomo.

Uccidere un adolescente, poi, poco più di un bambino, è negazione dell’umanità, aberrazione, vergogna, pathos, sgomento, scandalo, perdizione eterna che non conosce perdono, senza riparo, discesa lenta ma inesorabile verso gli inferi che avvolgono e ingoiano  le anime più nere.

Uccidere un adolescente, poco più di un bambino, “nel nome della legge”, significa tentare di coinvolgere le istituzione democratiche in questo lugubre viaggio,  ostaggio pavido  di un metallico abbraccio.

La Corte di Cassazione ha recentemente condannato in via definitiva alla pena detentiva di tre anni e 6 mesi di reclusione gli agenti Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri, considerati responsabili della morte del giovane ferrarese Federico Aldrovandi deceduto per le violente percosse subite.

Nessuno di loro varcherà mai la soglia di un carcere. Continueranno probabilmente a lavorare serenamente, pagati dallo Stato per far trionfare un osceno concetto di ordine e pubblica sicurezza.

Adesso per un attimo non pensate più a quelle quattro divise sporche di sangue che continuano ad agire ancora oggi in nome e per conto di un corpo dello Stato. Pensate a vostro figlio. Pensate al primo bagnetto, alle prime parole, ai sorrisi improvvisi e inspiegabili con i quali da piccino illuminava le vostre giornate.

Adesso accompagnatelo all’asilo, ditegli nell’orecchio, prima di lasciarlo alla maestra, “mi raccomando fai il bravo”, per poi andare a riprenderlo.

Ripensate alla rincorsa carica di gioia del piccolo che si tuffa tra le braccia del papà e lo bacia.

Poi sedetevi e piangete! Piangete quel figlio perché è stato ucciso, asciugate le lacrime di quel povero padre  e, guardandovi allo specchio, gridate giustizia!

Quale pena subita dagli assassini del figlio sarà mai in grado di lenire l’angoscia di una madre?

E quanta forza serve a chi è vittima di una violenza così atroce per affidarsi alle istituzioni democratiche senza lasciarsi tentare dallo Zarathustra di Nietzsche che insegna: “Giacché, che l’uomo sia redento dalla vendetta.

Questo è per me il ponte verso la speranza suprema e un arcobaleno dopo lunghe tempeste”.

Il perdono, insegna invece  il Cristo, è volontà del Padre e ambizione celeste. Ma alcune condotte sub-umane minano anche  la coscienza del più fervente cristiano.

Uno dei condannati per l’uccisione di Aldrovandi, Paolo Forlani, ancora oggi insolentisce la famiglia e la memoria di quel martire bambino.

Il ministro dell’Interno Cancellieri promette provvedimenti, gli stessi che aveva promesso il capo della polizia Manganelli a conclusione del processo.

Staremo a vedere. Certo i precedenti non aiutano. Molti protagonisti della mattanza avvenuta a Genova nel 2001 non sono stati né incarcerati, né cacciati, bensì promossi.

L’unico caso, a mia memoria, di recente  destituzione dalla polizia di Stato riguarda l’ex vicequestore di Palermo Gioacchino Genchi. Non aveva ammazzato nessuno, si era limitato a criticare Silvio Berlusconi.

Evidentemente nulla, se non parlare, è più grave che uccidere.

da “IL MORALISTA” di mercoledì 27 giugno 2012