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Finito a processo per stupro. Assolto un ispettore forestale

6 novembre 2018 - di Sandra Figliuolo

Per l’uomo, di Castelbuono, la Procura aveva chiesto 15 anni – La presunta vittima rischia di finire dai giudici per calunnia

Screenshot 2019-03-11 11.44.10Lei, 55 anni, aveva raccontato una storia agghiacciante, ovvero di essere stata attirata con un pretesto in un magazzino di Castelbuono, dove sarebbe stata sequestrata, e poi – tra palpeggiamenti violenti e nonostante la sua resistenza –anche brutalmente stuprata da un suo vicino, che conosceva da tempo. Lui, Vincenzo Barbarotto, 56 anni, ispettore della Forestale, sposato e padre di due figli, per questa storia, che risalirebbe all’inizio di settembre del 2014, ha rischiato quindici anni di carcere, come richiesto dal sostituto procuratore Annadomenica Gallucci. Adesso, però, il gup di Termini Imerese, Stefania Gallì, che ha processato Barbarotto con il rito abbreviato, ha deciso di assolverlo da ogni accusa. E ora è invece lei, la presunta vittima, a rischiare un processo per calunnia.

Il giudice ha accolto le tesi dell’avvocato Gioacchino Genchi, che difende l’imputato e che, grazie a complesse indagini difensive, è riuscito a smontare il castello accusatorio.

Per cercare di essere più precisa, la presunta vittima ha riferito che mentre sarebbe stata nel magazzino con l’imputato avrebbe ricevuto una chiamata da sua madre, alla quale avrebbe detto di trovarsi «nel magazzino con Peppinello (il soprannome di Barbarotto, ndr)». La difesa, che ha acquisito decine e decine di intercettazioni che non erano state trascritte dai carabinieri e che ha anche studiato attentamente i tabulati telefonici, è riuscita a dimostrare che di quel contatto tra madre e figlia non vi sarebbe alcuna traccia.

L’avvocato, invece, in tutte queste conversazioni ha trovato ben altro: ad esempio uno scambio in cui la figlia della presunta vittima avrebbe cercato di istruire la nonna sulle dichiarazioni da fornire ai carabinieri che da lì a poco si sarebbero presentati per sentirla, ma anche delle conversazioni tra la cinquantenne e un’amica, praticante avvocato, che le avrebbe dettato «la strategia per fotterlo», per «incastrarlo», inviando dei messaggi all’imputato per cercare di provocare (inutilmente) una sua reazione. Sempre scandagliando queste intercettazioni, poi, è venuta anche fuori una conversazione in cui la presunta vittima sosteneva che un maresciallo dei carabinieri, presentatosi a casa sua per notificarle un atto relativo ad un’altra inchiesta, avrebbe cercato anche lui di violentarla.

Una vicenda sulla quale è stato aperto un altro fascicolo, ma il militare, dopo essere stato rinviato a giudizio, è poi stato anche lui del tutto assolto dall’accusa. Questa sentenza è stata acquisita nel processo che si è concluso ora a carico di Barbarotto: la difesa ha voluto così mettere in evidenza la totale inattendibilità della presunta vittima. Tutti elementi che, alla fine, hanno portato il giudice a credere alla versione dell’imputato, che è stato dunque scagionato (*SAFI*).

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